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A volte, quando si è un grande scrittore, le parole vengono così in fretta che non si fa in tempo a scriverle... A volte. (Snoopy)

 

 Attualità - Luglio 2007

Viaggio in Bosnia 2005 (di Paolo Navalesi)

 

Ne mancavano un paio... (Show must go on!) (di Stefano Innocenti)

 

And then there were three, cantavano i Genesis alcuni anni fa, forse troppi. Sembra di ascoltare Domenico Modugno quando cantava “siam rimasti in tre, tre somari e tre briganti…”.
Magari la maggioranza degli spettatori presenti al Circo Massimo, l’altra sera, neanche se ne è accorta che mancava qualcuno nella sua ingombrante e pesante mancanza. Peter Gabriel e Steve Hackett non c’erano.
Ma nel 1974 loro c’erano, e c’ero anch’io in quella magica notte al Palazzo dello Sport. Era la prima volta che andavo a vedere un concerto di quelli seri, accompagnato da un mio compagno di classe espertissimo di tutta la musica pop di quel tempo. Ora la chiamano Progressive. 33 anni fa me ne tornai a casa con la metropolitana, e poi un taxi abusivo “steccato” con l’amico in una Roma silenziosa e semideserta. Ricordo ancora la domanda che ci fece: "Siete andati a vedere il concerto di Moustaki?". L’altra sera invece sullo scooterone incastrato a 500000 altri mezzi di trasporto parcheggiati alla meno peggio e semintossicato dallo smog nonostante l’ora piccola di questa estate romana.

E mi sono accorto che, immersi nella terra polverosa dell’antico stadio dove una volta correvano le bighe, i vecchi fan dei Genesis cantavano a squarciagola tutte le canzoni che ricordavano, magari complete dei fruscii del vinile. Gli occhi sognanti ed immersi nei vecchi ricordi non ancora sbiaditi. I giovani che invece ballavano, o cercavano di farlo nei loro pochi centimetri quadrati calpestabili che si guardavano intorno mentre risuonava in the cage e si chiedevano cosa fosse. “Ed ora qualche canzone d’annata” presentava Phil Collins ed ovviamente la sinfonia di Romeo and Juliet in the cinema show spargeva le sue mani ad accarezzare le teste e le orecchie dei più vecchi per alcuni lunghi minuti, terribilmente uguale alle note che nei ricordi cantai mille volte. The firth of fifth intraducibile gioco di parole massaggiava le menti con le migliaia di decibel sparate nelle orecchie dei presenti sempre uguale a sé stesso, ma molto diverso da quel pianoforte sussurrato nel 74, con accordi strani e mitici. Quasi uguale quel I know what I like  che ricordo saltellante, come Peter stesso, intorno al fulcro dell’asta del microfono.
Il viso spettrale di Phil di Mama ed il faretto che lo illumina dal basso creando atmosfere gotiche, si scontra col ricordo di Peter che cantava urlando touch me now now now now now nel brano the musical box.
Poi troppi minuti di show da guitto incitando il pubblico ad emettere suoni ed urla a comando, come in qualsiasi nazionalpopolare Canzonissima. Ma si sa, queste cose al pubblico piacciono.  Piacciono più delle filastrocche alla Hackett di Foxtrot e del suo capolavoro Supper’s ready.
Forse un’occasione perduta, una dimostrazione di quanto un mito possa essere sempre meno rinnovato dal tempo che scorre, nonostante sia il ricordo a tenere viva la sua forza. Oppure una promozione commerciale per far conoscere alle nuove generazioni quella musica che entrava nelle ossa. Quel sound che ti faceva sognare leggende romantiche, perse in quell’antica cultura inglese da noi così distante, tanto da sembrare irraggiungibile senza la musica progressive.


Ho sentito urlare una ragazza “io lo amo, quell’uomo” mentre indicava Phil Collins che cantava una sua recente e sdolcinata nenia. Cose da innamorati, parole recitate in musica che piacciono tanto anche ai giovani, a quelli che legano lucchetti ai lampioni di Ponte Milvio.
Ma ricordo ancora quando il prode Phil ci propinò una desolante more fool me  tanti anni fa, per far riposare Peter Gabriel, e noi tutti ci guardammo in faccia sconsolati: “ma perché non torna a fare il batterista, che è meglio?” e non sapevamo che da lì a due anni avrebbe sostituito colui che era insostituibile. E per confermare tutto ciò, Phil si esibisce in un fantastico assolo alle percussioni!
L’ultimo bis cerca forse, con lo stupendo the carpet crawlers di accompagnarci per i prossimi 33 anni con antiche e rilassanti sonorità, e per altre ore nella mia testa ad ovattarmi i clacson degli ingorghi del ritorno a casa.
Peter distrusse i nostri sogni di adolescenti con the knife nel suo ultimo bis a Roma.


Ma non vorrei essere troppo cattivo, ora. “show must go on!”

Il girone di non-ritorno. Cronaca di morte e di pallone - Diego Mariottini (di DolceAcqua)


Chi è Diego Mariottini  e perchè DolceA0 lo intervista, forse vi chiederete.
Diego è un utente di libero (nick Vaughans) che ho avuto il piacere di incontrare di persona. Ha un viso aperto. E’ biondino, ha gli occhi verdi. E’ del Toro. Ha uno spirito umoristico molto spiccato, inventa giochi con le parole, cita canzoni che conosco, film che ho visto. La conversazione è estremamente piacevole, anche per i riferimenti culturali che sono spesso radicati in un terreno comune. Tifa per la Lazio. Siamo seduti al bar di un tavolino della libreria Feltrinelli a Roma, a Largo Argentina. Ci dissetiamo con un the freddo. Ho appena finito di leggere uno dei suoi libri. Ne ha pubblicati due e altrettanti sono in via di pubblicazione.
Il libro che ho letto si intitola Il girone di non-ritorno. No, no, non si tratta dell’Inferno Dantesco, ma di qualcosa che gli si avvicina molto. In questo romanzo si parla di calcio, di tifosi della Roma o meglio di ultrà  e di una vicenda brutale legata all’ambiente calcistico accaduta anni e anni orsono e che il nostro autore ha ricostruito.


Immagino i vostri occhi sgranarsi mentre pensate: e che c’entra DolceA0 con una storia  di romanisti narrati da un laziale?
Fughiamo ogni dubbio. Nel calcio ci sono sempre vissuta. Diciamo che ci sono cresciuta. Con un padre tifosissimo della Roma e un fratello e uno zio calciatori, ho solcato campetti dalla periferia cittadina alla platea regionale. Ora in famiglia sono interisti e, chi segue il calcio, sa quanto l’Inter, nel bene e nel male, fa parlare di sé intere serate di programmazioni tivvù...quindi...
Ma torniamo a Diego. Il suo libro è narrato in una forma avvincente con i toni dell’inchiesta e  la suspance che solo il giallo sa offrire. Inoltre ha lo spessore dell’indagine sociale, di chi ha un occhio e un orecchio sensibile ai temi e ai tempi in cui vive. L’ho letto tutto d’un fiato e quando è finito ho provato dispiacere. Per la serie I want more!

Gli domando:

Cosa ti ha attratto  inizialmente di questa storia?
Innanzi tutto che fosse una sceneggiatura già scritta. In realtà ho dovuto ordinare meglio i fatti, dare una fisionomia ai protagonisti. Ma la storia, di per sé complicata e dolorosa,  era già un libro scritto. Risale a quando ero poco più che adolescente.

Allora come hai scovato questa storia?
In quegli anni, 1982, seguivo attivamente il calcio, ma nel tempo la vicenda si impallidì nel ricordo. Tornò alla ribalta sette anni dopo per ulteriori sviluppi. Bastò un giornale aperto sulla cronaca di Roma e una foto familiare. Fu una vera e propria folgorazione, un flash.

Vicenda familiare e vicenda calcistica. Da una parte prevale il Diego  emotivamente partecipe, dall’altra il Diego  che ha uno sguardo freddo e cronachistico:  forse è perchè sei della Lazio?
La mia fede biancoceleste non va  presa in considerazione. E’ un dato neutro. Posso guardare ai fatti con più obiettività.  E’ come se nella narrazione aleggiassero due piatti della bilancia. Da una parte c’è la pietà e dall’altra il tentativo di non giudicare e di narrare nella maniera apparentemente più asettica.

Hai scelto uno stile che spazia  tra il resoconto  e il diario. Inoltre hai inventato un personaggio che si muove trasversalmente nella storia, talvolta parlando in prima persona. Sei tu quello?
In parte sì, anche se nella realtà non ho mai conosciuto quelle persone. Però ho rivisto in loro una serie di valori ideali e di abitudini che allora in buona parte condividevo. Cambiava solo il colore della maglia.

Quanto tempo hai impiegato a ricostruire la storia che narri e come hai fatto con le fonti che citi?
Fortunatamente quando ho cominciato a occuparmi della vicenda ancora non si parlava di privacy e quindi è stato relativamente facile raccogliere le testimonianze.  Ma non tutto quello che si legge corrisponde alla realtà dei fatti. Sono uno che scrive e mi servo della fantasia laddove non riesco a ricostruire tutta la realtà. Oppure quando la realtà non è narrativamente interessante. Ci ho messo parecchio tempo. In origine il mio lavoro era destinato a un programma televisivo che però non è mai andato in onda. Rielaborare la storia ha significato quasi ricominciare da capo e questo ha allungato i tempi.

Come hanno preso i tifosi romanisti la tua ricostruzione? L’hanno presa molto bene, direi. Intanto perché non emerge mai un sentimento contrario alla tifoseria romanista e poi perché ritengo che la storia sia trattata in modo del tutto realistico. Del resto il sito dei tifosi della Roma mi aveva già tributato una importante recensione sul mio primo libro Ultraviolenza in cui il fenomeno ultrà è sviscerato completamente e senza sconti per nessuno.
Diego sorride. Ci salutiamo. Ora affronterò la seconda prova. Il saggio sulla violenza negli stadi.

(postato su http://blog.libero.it/CineMiAmo/)

Girgenti (fotoracconto di Veniero Vecchia)

Il lago di Pokhara (200 chilometri ad ovest di Katmandu, Nepal) è un tipico lago alpino, nel quale si specchiano, vanitose e pigre, le cime delle montagne circostanti. Esse hanno spesso le cime incappucciate di leziose nuvole cotonose. (segue...)

Viaggio in Bosnia 2005 (di Paolo Navalesi)

Srebrenica. Bosnia-Erzegovina

 

 

Tuzla. Bosnia-Erzegovina.

 

 

Sarajevo. Bosnia-Erzegovina.

 

 

Mostar. Bosnia-Erzegovina.

 

 

Tuzla. Bosnia-Erzegovina.

 

 

Fotografie di Paolo Navalesi

www.paolonavalesi.com

Sessant'anni di dischi volanti (di Asinov)

Tanti ne sono passati dal 1947, anno in cui Kenneth Arnold, uomo d’affari americano, testimoniò alla stampa di aver osservato, mentre pilotava il suo piccolo aereo, una formazione di oggetti che definì “piatti volanti” (flying saucers). E da allora, in una continua evoluzione, in tutto il mondo si susseguirono migliaia di avvistamenti di dischi, sfere, sigari, una multiforme varietà di oggetti dalla foggia sempre differente tra di loro. Ogni UFO, come venne chiamato in seguito, era dissimile da qualunque altro.
I quotidiani e le riviste sin dalla fine degli anni ’40 fecero a gara a pubblicare affascinanti resoconti di avvistamenti, le interviste allo scienziato od esperto di turno, barzellette con marziani e semplici prese in giro del malcapitato avvistatore.
Dopo le grandi ondate di avvistamenti del 54 o del 78, prese sempre più piede l’idea che un misterioso popolo extraterrestre ci stesse osservando per chissà quali motivi, scientifici o bellicosi.


E poi ancora libri e film con alieni cattivi, poi buoni, poi impacciati, poi ancora cattivi, e così via. Se poi condiamo tutto con la più becera ufologia proveniente dalle Americhe, con patti scellerati tra governi ed alieni, astronavi tenute nascoste in aree militari e dischi precipitati nei deserti, abbiamo subito un piccolo lavaggio del cervello dal quale l’equazione uscente è la seguente: UFO = astronavi aliene.


Fortunatamente, contro tutto e tutti, una buona percentuale di ricercatori in tutto il mondo stanno tenendo testa a tutte le stupidaggini divulgate dal giornalista di turno, che per un suo qualche tornaconto psicologico, è portato a scrivere baggianate condite da riferimenti che magari considera arguti, ma che invece si rivelano pesantemente idioti. L’ignoranza dei giornalisti, mascherata da una democratica par condicio, troppo spesso miscela una seria informazione con battutacce da cabaret d’infimo ordine.
Fortunatamente esistono quei centri che a scapito della popolarità combattono affinché il fenomeno venga ricondotto su quei giusti binari dai quali troppo spesso il treno della giusta informazione ha deragliato.
Leggete bene sul sito www.ufosaintvincent.com tutto ciò che ha riguardato il convegno "1947 - 2007 SESSANT'ANNI DI UFO" svoltosi sabato 23 Giugno 2007 ed organizzato dal CISU (Centro Italiano Studi Ufologici) e la rivista Focus. E poi magari integrate con www.ufo.it

La vera ufologia parte da qua. Magari non porterà da nessuna parte ma rimarrà un esercizio intellettuale interessante o anche un combattere contro i mulini a vento rappresentati da chi, per soldi o semplice stupidità, crede ancora che gli extraterrestri sono tra noi e sono pronti ad entrare nel corpo di politici mondiali (magari hanno anche ragione, vedendo alcune sorridenti facce strane in parlamento con i loro discorsi) per portare il nostro mondo alla catastrofe ed invaderci!

Auguri cari dischi volanti! Anche se avete ormai 60 anni, siete sempre giovanissimi...

Asinov

 

 

 

 

 



   
 
 

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